LOS ANGELES: il Pifferaio di Hamelin, L’uomo Del Monte, Salvodelgrandefratello e altre bestie mitologiche

Oh… Io ci ho provato veramente! Questo sarà un post rapido rapido solo per dire che davvero ci ho provato. Ci ho provato a farmi piacere questa grande città (che grande, è grande…anzi, gràndi l’è gràndi), ma niente da fare! Si conferma la sensazione che ho avuto quando sono venuto qui per lavoro, una specie di Busto Arsizio grande (quindi nel mio magnifico dialetto: Büsti Gràndi, Gràndi!). Con in più una pessima viabilità e la scarsità dei mezzi pubblici, però almeno i parcheggi sono pochi e carissimi. Certo che pure io forse ho esagerato, in 5 giorni dal circolo polare Artico con le sue zero persone e i suoi zero gradi a bustigrandigrandi con i suoi millemila abitanti e i suoi ventordicimila gradi, senza passare dal via. Così forse sarebbe stato shockante per chiunque, magari se fosse stata la prima tappa, venendo da Milano, sarebbe stata più piacevo… Mmm… Dai… Inutile che ci raccontiamo bischerate, mi avrebbe fatto cacare comunque. Eppure è la mecca del Cinema, che resta una delle mie più grandi passioni, ma per come l’ho vista io, mi pare che bustigrandigrandi stia al cinema, come vendere scarpe da calcio stia a giocare in serie A.

(Ecco, il Cinema a bustigrandigrandi c’è, ma solo di sbiesso e in distanza)

Comunque mi dedicherò alle turistonate cinematografiche, almeno per togliermi lo sfizio, che non credo lo rifarò mai più. Mi muovo soprattutto in metro e a piedi, e questo peggiorerà il mio rapporto con la città… Colpa mia e di 2 peculiarità che mi porto dietro. La prima è la mia sensibilità olfattiva (del resto sto naso importante me lo trascino dietro mica per sport!) che mi porta a individuare e scindere gli odori che caratterizzano bustigrandigrandi: sudore, pollo fritto, urina e marijuana (che qui, ricordiamo, è legale… Anche se secondo me, l’urina lo è di più!). Quindi non esattamente una gioia. La seconda peculiarità mi dà pure problemi maggiori… Non so se ne ho mai parlato qui, ma purtroppo soffro della rara sindrome del pifferaio di hamelin, che nel mio caso si manifesta non con un codazzo di topi o di bambini, bensì di pazzi! Se c’è un pazzo nel raggio di 500m, state sicuro che è mio, e qui a bustigrandigrandi la presenza di scoppiati nel raggio di 500m è la più alta del pianeta. Passo il mio tempo a divincolarmi, fare finte no look che manco Ronaldinho, rispondere a domande improbabili e intavolare discussioni con il pazzo di turno e il suo amico immaginario. Noto che qui attiro particolarmente i “pazziquelliconlelattine”, se hanno un sacco pieno di lattine devono per forza venire a chiedermi qualcosa, un’opinione, un consiglio… Sono “l’uomo Del Monte” della differenziata. Quindi la mia camminata sulla “Walk of fame” sarà più un calvario con le sue stazioni di sofferenza… Comunque non è che mi sia perso chissà che, cioè, io mi aspettavo che sto marciapiede con le stelline fosse una roba contenuta, con giusto le mega star della storia del cinema, e invece NEIN! Chilometri di marciapiede, destra e sinistra, con davvero stelle per chiunque, mi pare manchi solo Salvo del Grande Fratello… E questa l’ho trovata comunque una brutta mancanza.

(Visto che c’è la possibilità di mettere il nome che si vuole, avevo pensato di fare scrivere SALVODELGRANDEFRATELLO, così, per amore di giustizia e completezza, ma dato che si pagava a lettera ho lasciato perdere)

Il giorno successivo mi sono dedicato alla turistonata per eccellenza: LA VISITA AGLI UNIVERSAL STUDIOS.

Per un appassionato di cinema come me è comunque un sogno che diventa realtà. Ma a volte i sogni è meglio che rimangano tali. Uno dei pochi vantaggi è che, dato il costo di ingresso, passerò una giornata senza pifferarmela coi pazzi (anche se dato il costo esorbitante mi viene da pensare che qui dentro i pazzi siamo noi). Il parco ha 3 “attività”: gli show live, le giostre (tecnologiche quanto vuoi, ma sempre giostre), e il tour degli studios. Ovviamente mi fiondo subito al tour che è la cosa che mi ha portato fino a qui. 45 minuti di “trenino” sfiorando qualche set di qualche film minore. In più, dato che si preparano alla grande apertura di halloween, ci sono pagliacci inquietanti sparsi un po’ ovunque a casaccio, che poi nel set western non stavano neanche male. Alla fine una mezza delusione, anche se il set di Cabot cove mi ha regalato emozioni…. Come cos’è Cabot cove? La ridente cittadina della “signora in giallo”! Quella che porta più sfiga di uno specchio rotto in un venerdì 17! Cabot cove ha un tasso di morti violente che Kabul sembra Biella.

(Foto scattata a distanza che quello con la maglietta azzurra aveva un sacco di lattine)

(La finestra di MammaBates)

Data la mezza delusione del tour, mi fionderò su qualsiasi giostra e a qualsiasi show possibili, tanto per ammortizzare la mazzata del biglietto, che è anche maggiorato dato che ho fatto l’express pass, per saltare le code, che è un bene, perché la maggior parte delle attrazioni durano 4/5 minuti e le code pure 60/70 (amici contradaioli, non è sesshaantasetthaanta tanto per dire). Tra le varie attrazioni voglio ricordare: il labirinto di “the walking dead” (dove ho anche dato una mezza pizza a uno zombie… Figlio, se mi salti fuori così all’improvviso, una reazione d’istinto te la devi pure aspettare), il live show di Water Word (ispirato a uno dei più grandi flop della storia del cinema… Perché, mi chiedo io, perché????), e le montagne russe 4D (a me però mi sa che la quarta D non me l’hanno data) di Harry Potter, all’interno di una ricostruzione di Hogwarts, che però, dopo che sono stato con la Cius agli studios originali di Londra, lascia un po’ il tempo che trova (l’ho già detto che sono un Nerd?🤔).

Alla fine lascio gli Universal studios con l’amaro in bocca (e altri non piacevoli profumi nel naso), mancava solo quell’aberrazione della mente umana che è Prezzemolo, e poi sarebbe stato semplicemente una Gardaland Gràndi… Che poi, Gardaland a Busto, sarebbe perfetta!

Alla prossima, e fino ad allora ricordate: se dovete sgombrare la vostra strada dai pazzi, fatemi un fischio che ci si mette d’accordo.

Annunci

ALASKA: la Divina Scuola di Hokuto, La Cosa vs Il Mostro e il C.P.A.

Prima qualche utile informazione sull’Alaska:

  • È graaaandeee
  • C’è la nebbia che manco a Biandrate
  • Minchia, è graaaandeee!

Ora sapete tutto quello che serve😬
Una curiosità: la bandiera dell’Alaska, per quelli della mia generazione, porta subito alla mente qualcos’altro… Forse che qui abbia avuto origine la divina scuola di Hokuto 🤔?

Le dimensioni contano, almeno qui in Alaska. Tutto è formato gigante: le macchine, le distanze, i pesci, i cappelli e i prezzi. Dopo il Chilkoot Trail ho preso un aereoplanino che in 2 ore mi ha portato ad Anchorage, che comunque è ancora moooolto a sud dell’Alaska, che si sviluppa verso nord per altri 1400 km scarsamente (concedetemi l’eufemismo) popolati. Come dicevo, dopo aver preso traghetti, treni, aerei e sentieri, non mi resta che guidare. Così faccio una cosa che normalmente evito, noleggio una macchina! Ciò comporta 2 cose: una spesa non indifferente (decisamente, se si viaggia da soli, non è a buon mercato) e avere a che fare con le agenzie di noleggio che sono la peggio feccia dell’umanità insieme ai banchieri, il clero e i ciclisti della domenica. Fortunatamente la signorina del banco dell’agenzia mi prende in simpatia e mi inserisce in ogni categoria possibile con diritto a sconti: viaggio d’affari, portatore di handicap, pensionato, figlio unico di madre vedova, supporter di Trump. Sta di fatto che alla fine ho la mia bella macchinetta per 2 settimane, per una spesa contenuta (diciamo che un rene ho potuto tenerlo) e in piu, dato che ,come detto, qui le dimensioni contano, nonostante abbia chiesto una compatta, la macchina che mi consegnano è una Subaru Outback rossa e bestionella… Era la più piccola a disposizione 😲

Ribattezzata subito “la cosa rossa” (ma per gli amici, più semplicemente, “LaCosa”), segnerà inevitabilmente la mia ultima parte di viaggio in Alaska. I blog di viaggio, quelli veri, sconsigliano il noleggio di un’auto, a parte per il costo, per la scarsità della rete stradale Alaskiana (🤔 Alaskese? Alaskika? Vabbè…). Niente di più falso, o meglio, le strade sono sì poche, ma di una lunghezza impressionante. In 2 settimane farò più di 3000 km e vi assicuro che non c’è modo migliore per gustarsi un po’ di Alaska “on the Road”, che comunque i trasporti pubblici sono pochi, costosi e leeeenti.

Il vantaggio de LaCosa è che dato le dimensioni, mi permette anche di dormirci dentro, e la sua trazione 4×4, di arrivare anche in posti irraggiungibili altrimenti. Questo creerà non pochi problemi all’armonia del gruppo… IlMostro e la TendaCasa, intuiscono che le cose stanno cambiando.

(LaCosa, IlMostro e la TendaCasa, quando ancora si parlavano)

Ovviamente il tempo è quello che è, piove e fa freschino, ma avrò anche splendide giornate di sole e comunque se uno viene in Alaska non è che si aspetta di prendere il sole in spiaggia.

La prima destinazione sarà la Kenai peninsula, fino alla fine della strada, tra ghiacciai, laghi nascosti e una giornata di pesca al principe dei fiumi, il Coho salmon (il Silver), regalo anticipato del mio babbo per il prossimo compleanno… Grazie ancora Pa!

Fotine assortite dei giorni nella penisola Kenai

Dato che la strada verso sud è finita, si punta verso nord. L’idea è di visitare il parco Denali in 4 giorni di tenda. Ma prima di arrivarci, di strada ce n’è molta, quindi c’è tempo di parlare di una cosa immancabile nei viaggi on the Road in macchina: la musica. Dovete sapere che in Alaska, L’hiphop è bandito, la trap non sanno nemmeno cosa sia (sia lode all’Altissimo), le radio passano solo 2 tipi di musica, il rock (e questo è bene) e il country (e questo è… Quello che è). Quindi la mia colonna sonora del viaggio sarà di tutto rispetto anche se per quanto riguarda il country c’è da sottolineare la povertà degli argomenti:

  • l’amore sofferto, perduto, non ricambiato (incredibile, più sono misogini, più si disperano per amore)
  • L’alcool in tutte le sue forme, con il whiskey a farla da padrone (ma il whiskey vero manco sanno cosa sia)
  • La strada (intesa non come vita da strada, ma come linea da percorrere, una metafora non troppo originale per la Libertà)

Il successo dell’estate qui si intitola “drunk girl”, praticamente un tipo lamentoso racconta che ha portato a casa una tipa ubriaca senza approfittarne come una merda… Minchia amico, sei un eroe, Ken il guerriero sarebbe fiero di te🙄

https://youtu.be/XDTFRQa593w

E tra un buon rock e un…. quello che è, country, arrivo finalmente al parco Denali. Purtroppo i campeggi nel parco sono pieni, quindi dovrò dormire al di fuori, nella Cosa, e questo farà scattare la guerra intestina tra IlMostro, la TendaCasa e LaCosa, tanto che una notte dormirò di frodo nel parco in tenda perché altrimenti mi frantumano i coglioni. Il parco è enorme e magnifico, impossibile fare paragoni con gli altri parchi, quello che però davvero mi colpisce è la “filosofia” del parco. I sentieri tracciati sono pochi e tutti concentrati all’entrata, per il resto, terreno vergine, il visitatore è spinto a trovare il proprio percorso, a “perdersi” (usano proprio questo termine), per trovare il contatto più puro possibile con la natura. Incredibile, amo questa cosa, anche se all’inizio può spaventare non avere un sentiero da seguire, quando ci si lascia andare diventa un’esperienza indimenticabile. Questo modo di fare trekking lo chiamano : back country… Non è detto che non ritorni qui in futuro solo per questo… Attrezzato per perdermi per un paio di settimane nell’immenso Denali.

Lascio il Denali con una bella sensazione addosso e dopo una mezza giornata di cammino condivisa con Ranger Bob…. Si presentano davvero così: Ranger Frank, Ranger Joe e ogni volta mi viene in mente lo Stuntman Mike di Tarantino… Forse dovrei presentarmi anche io così: salve, montatore Antonio… mmmm… aspè… Magari in inglese fa più fico: hi, editor Tony… mmmm… Vabbè, lasciamo perdere😒.

Ora il programma avrebbe previsto altri giorni al wrangell st elias national park, ma il tempo scarseggia e il clima non invoglia. Quindi per sommo disappunto del Mostro, mi faccio convincere dalla Cosa per un’ultima folle avventura: raggiungere il Circolo Polare Artico e piantarci la tenda. Del resto ho voglia di sfruttare il 4×4 della Cosa. Certo, perché per raggiungere il C.P.A. bisogna affrontare la nota e temuta Dalton higway, un’inferno di strada non asfaltata che in 666 km (😱😈🤘🤘😂) porta fino al mare Artico. Fortunatamente ne devo affrontare “solo” 200 km per il circolo, che poi non ci sono più posti per rifornirsi e bisogna portarsi taniche, cibo e attrezzatura per il ghiaccio.

Devo ammettere che fino all’ultimo sono stato in dubbio se provarci o meno, l’inverno sta arrivando (come direbbe il povero Ned Stark) e tutte le persone con cui ne ho parlato hanno cercato di dissuadermi… Sei da solo, troppo isolato, il tempo sta peggiorando… Ma alla fine ogni tanto bisogna buttarsi e vedere come va, altrimenti uno se ne sta a casa sul divano, ed è una cosa che faccio già fin troppo quando sono a casa. Beh… l’Alaska mi fa il più grande regalo, cielo azzurro senza neanche una nuvola, niente pantano sulla strada e me la sono sciroppato col braccio fuori dal finestrino.

(Faccia a faccia col Mostro al C.P.A. e torna l’ammmore)

l’Alaska mi ha regalato anche più di quanto sognassi… Da qui in poi è tutto ritorno e non vale neanche la pena di raccontarlo, ma il C.P.A. mi ha messo una strana idea in testa, vediamo se germoglierà e diventerà un’altra storia di viaggio.

Alla prossima, e nel frattempo ricordate: “mai, mai, scorderai l’attimo la terra che tremò…” NON è l’inizio dell’inno dell’Alaska.

Chilkoot Trail: la febbre dell’oro, il figliodellammmerda e altre malattie.

Rieccomi da capo. Il mostro decide e io eseguo. Stavolta però riprendo in mano le redini del racconto, altrimenti quello mi si allarga e poi ve lo caricate voi sulla schiena. Quindi, dicevamo, il mostro, nella sua continua ricerca di risposte, ha scelto il chilkoot Trail, la mitica via aperta durante la “gold rush” (“corsa all’oro” ma anche “febbre dell’oro”) che portava nello Yukon e nel Klondike. Proprio con l’oro del Klondike, paperon de paperoni aveva cominciato la sua fortuna … Ma è stato uno dei pochi privilegiati.

La corsa all’oro si è consumata veloce e potente come una vera e propria febbre: nell’agosto del 1896 dell’oro viene trovato casualmente nel Rabbit creek (poi rinominato Bonanza creek) dove il fiume Klondike e lo Yukon si incontrano. Nel luglio del 1897 un cargo con 2 tonnellate di oro proveniente dal Klondike attracca a Seattle, i giornali titolano così:

È la follia! Nei 10 giorni successivi 1.500 persone abbandonano casa per la smania dell’oro, nei 2 anni successivi il numero raggiungerà le 100.000 unità. Di questi, poche decine faranno fortuna, molti moriranno nel tentativo, e la maggior parte arriverà quando ormai tutto sarà finito. Perché così come all’improvviso era cominciato, così improvvisamente, nel 1899, tutto era finito, le concessioni vendute e la riserve esaurite. Per farla breve, la rotta seguita dalla marea umana di avventurieri e disperati risaliva l’inside passage da Seattle a Skagway in Alaska e da qui le vie per entrare nello Yukon e nel Klondike erano 2, se possedevi un cavallo, il White passage (le ossa di più di 3000 cavalli ricoprono ancora la base del White passage), se eri a piedi, il Chilkoot Trail.

Ed eccomi qui, col fidato mostro, dopo 2 notti accampato sul ponte del traghetto per Skagway attraverso l’inside passage (ho sempre sognato di entrarci così in Alaska) a provare la via dell’oro con 120 anni di ritardo.

DAY 1: Dyea to Canyon city

A volte le cose vanno proprio come devono andare… Il sentiero è rimasto chiuso causa inondazioni fino al mio giorno di ingresso, e chiuderà il giorno dopo per una nuova inondazione, che se da un lato è un bene, dall’altro vuol dire che non si torna indietro. Ed in effetti il tracciato è un misto di fango, acquitrini e muschio… Muschio ovunque… Quanto amo il muschio!

Day 2: Canyon city to sheep Camp

La pioggia cambia tutto… Che potrebbe essere il titolo di qualche giallo da quattro soldi trovato su una bancarella, e che invece è la constatazione di cosa sia camminare in una foresta di questo tipo sotto la pioggia battente… Coi ruscelli che diventano improvvisamente fiumi.

E il secondo giorno è anche la parte che vede la più alta presenza di orsi

E infatti ne vedrò parecchi in questa giornata, solo neri, ma comunque non una situazione tranquilla, soprattutto viaggiando da solo. Incontrerò anche una mamma e 2 cuccioli, questa è l’unica foto che sono riuscito a fare, non credo andrà sul National geographic, ma in quel momento mi stavo cacando nei pantaloni che non vedevo dov’era la mamma

E se le casse antiorso per custodire il cibo, non ci sono, si rimedia così

Voglio condividere con voi cosa suggeriscono gli avvisi in caso di attacco

Riassumendo: fingetevi morti, a meno che l’orso non cominci a mangiarvi 🤔

Day 3: Sheep Camp to Happy Camp

E venne il giorno… Se per il west Coast Trail tutti parlano delle scale, qui si parla solo del Chilkoot pass, che io e mostro abbiamo ribattezzato amichevolmente: “il figlio della mmmmerda”. Prima 2 paroline sul simpaticone. 1000 metri di salita secca in 7 km di sviluppo . Una mazzata! La prima parte detta long Hill è una salita costante con diversi attraversamenti del fiume, impossibile tenere i piedi asciutti. Si arriva ad un pianoro acquitrinoso dove i cercatori d’oro potevano cominciare a dividere i loro averi per portarli in cima in più viaggi. Qui cominciano the scales e si sale seriamente, niente sentiero, solo salire e basta! Fino ad arrivare al cuore del figlio della merda, “the golden stairs”, una rampicata con mostro accoccolato sulle spalle e con un paio di false cime che ti torturano con l’illusione di essere arrivato. E ora un po’ di fotine.

Long Hill

Il mostro sul pianoro tra i resti delle ascensioni del 1898

The scales (quelli cerchiati sono persone)

The Golden stairs, il cuore del figlio della mmmmerda

La cima

Prima di ridiscendere dal lato canadese (sì, perché si deve pure scendere neh), qualche considerazioni sulla follia della corsa all’oro.

  • Fatta d’inverno, perché l’oro non aspetta
  • In media rifacevano la scalata 40 volte per portare tutti i loro averi dall’altra parte (circa 2 mesi)
  • Numerosi morti per assideramento, fame e almeno 80 sotto una valanga alla base delle scales
  • Tutti in fila indiana come operose formiche
  • Gli unici che si sono arricchiti con la corsa all’oro sono quelli che hanno capito che era meglio spremere i cercatori d’oro che cercare l’oro stesso (esempio, “the Golden stairs” erano chiamate così non perché portassero all’oro, ma perché un paio di intraprendenti furbacchioni avevano scavato degli scalini nella neve ghiacciata e si facevano pagare una tariffa per l’utilizzo)

Non ci voglio neanche pensare a dovermi rifare sta salita 40 volte con altro che il mostro sulla schiena

1898 La foto simbolo della corsa all’oro

La discesa verso il lato canadese è una gioia, anche se sembra di non arrivare mai ad Happy Camp, che di happy ha proprio poco dato che si dorme bagnati in tende bagnate e il giorno dopo tocca rimettersi scarpe fradice.

Day 4&5: Happy Camp to bare loon lagoon and to Bennet.

Gli ultimi giorni volano, torna il sole, il lato canadese è splendido, e la gioia per avercela fatta ricarica di tutte le energie.

E finalmente io e il mostro arriviamo in fondo

Da qui i cercatori d’oro costruivano barche improvvisate e risalivano il fiume per altre centinaia di miglia per raggiungere Dawson city dove li aspettava la promessa sfuggente dell’oro. Mica penserete che quindi il peggio era passato?! Nota è la vicenda di un avventuriero che dopo 3 mesi spesi a portare tutti i suoi averi oltre il passo, li abbia persi tutti tra le insidiose rapide della zona. Raggiunta la sponda del fiume e constatata la sua rovina, si è sparato sul posto. La sua lapide è ancora presente poco lontano dal sentiero… Gioia a vagonate.

Il mio ritorno sarà ironicamente sul treno che passa per il White pass, l’altra via dei cercatori d’oro. Questa ferrovia è stata terminata l’anno dopo la fine della corsa all’oro… Ahahah… Risata isterica.

Quindi alla fine sono entrato in Alaska in traghetto, ne sono uscito a piedi e ci rientro in treno… Mi mancano aereo e macchina… Rimedierò.

Avrei molto ancora da dire (l’indigestione di mirtilli, le campanelle anti orso) ma mi sono già dilungato troppo (sì mostro, so che tu saresti stato più conciso🙄), quindi chiudo parafrasando una frase non mia che esprime tutto quello che provo dopo aver finito il Chilkoot Trail: non lo rifarei per tutto l’oro del Klondike, ma non me lo sarei perso per tutto l’oro del mondo

Ci si vede ancora più a nord, e nel frattempo ricordate, lì fuori c’è un “figlio dellammmerda” che aspetta anche voi.

West Coast Trail: Story of a Monster e il senso della vita.

C’era una volta un vecchio zaino mostro.

Non era così mostro come veniva dipinto, ma vecchio era vecchio, e di cose ne aveva viste e passate, ma ancora si faceva le stesse domande di quando era solo uno zainetto che manco l’Invicta. Domande quali: “c’è vita dopo l’armadio?” “siamo soli dentro la tenda?” continuavano ad assillarlo. Così fece l’unica cosa che sapeva fare quando era irrequieto: mettersi in viaggio. E viaggiando venne a sapere dell’esistenza di questo west coast trail, sulla lontana isola di Vancouver.

Questa costa selvaggia e disabitata, venne presto ribattezzata dai marinai: “il cimitero del Pacifico del nord”, dato l’altissimo numero di vittime causate dai naufragi e dall’impossibilità di recuperare i superstiti. Ma fu solo dopo il naufragio del Valencia (1906) e della perdita di 125 vite tra passeggeri ed equipaggio, che l’opinione pubblica cominciò a chiedere a gran voce la creazione di un sentiero che consentisse il recupero dei naufraghi o quanto meno offrisse loro una speranza di fuga.

Così nacque il west coast trail, e anche se, con l’incremento della tecnologia marittima, gli incidenti andarono via via scemando, i 75 km di percorso, persi tra l’imponente foresta pluviale temperata, le impervie scogliere e le spiagge infinite, sono ancora lì, immutati, a memoria di quegli anni turbolenti.

Il WCT entra nel mito popolare, e c’è chi sostiene che il sentiero sia infestato dalla presenza dei marinai annegati o morti nel cercare di uscirne. Certo è che il sentiero è intriso di sofferenza e morte, ma anche di speranza e voglia di vivere. Esattamente come lo è la vita. Per questo si dice che chi porti a termine i 75 km del WCT, ottenga risposte sul senso della vita e sul perché delle cose.

Il mostro aveva trovato il suo percorso!

Così in una nebbiosa mattina di luglio, il mostro si incamminò per il sentiero

E cammina che ti cammina, fino ad intravedere da lontano la prima SCALA

Il mostro non era abituato a simili sforzi, ma proprio le scale erano il simbolo del WCT. Erano le scale che permettevano di raggiungere qualsiasi baia e scogliera, dando ai naufraghi una via di fuga. Si poteva passare dalla scogliera alla foresta e viceversa, a seconda delle maree e della difficoltà di passaggio. E di scale, il nostro amico mostro, ne incontrò a centinaia. E capì che, come nella vita, il percorso è perlopiù non lineare e faticoso.

A volte era come passeggiare in un placido bosco

Altre volte attraversava sinistre paludi

E spesso la nebbia scendeva improvvisa

Ma la luce trovava sempre il modo di filtrare e tornare

A volte il cammino sembrava chiaro

Ma la maggior parte delle volte si interrompeva bruscamente

E si ritrovava immerso nel fango

A volte, semplicemente, sbagliava strada e si ritrovava fuori dal sentiero

Ma la Bellezza si nascondeva dietro ogni angolo

gli incontri imprevisti, arricchivano il suo cammino

A volte condivideva un momento con altri mostri come lui

Ma la maggior parte del tempo era da solo

Certo le comodità non erano tantissime

Ma un riparo asciutto e un piccolo falò erano più che sufficienti

Il percorso stava quasi per finire. Ancora un ultimo fiume da attraversare

E un’ultima bellissima spiaggia da superare, che col suo terreno pesantissimo, ricordò al Mostro che la bellezza spesso nasconde molte insidie

Gli ultimi 2 km, e sebbene il mostro avesse imparato molto su se stesso, sembrava che nessuna domanda fondamentale avesse trovato risposta

Ma fu proprio all’ultimo che la vide! Uscendo dalla foresta e sbucando sulla spiaggia che lo avrebbe riportato alla civiltà, eccola davanti a lui… LA RIVELAZIONE

Un cane, che guarda un uomo, che guarda un albero, sopra il quale troneggia una donna nuda.
Cos’è questo se non il vero e profondo senso della vita?

E il Mostro ripartì felice perché altri popoli lo attendevano.

Alla prossima, che vedrà il mostro cercare di raggiungere il suo sogno ALASKA. E nel frattempo ricordate: Mostro è chi il mostro fa.

Guatemala, Guatemala, maremmamaiala!

Avrei visitato il Guatemala anche solo per poter intitolare cosí il post! Quando mi ricapita di poter omaggiare gli Squallor e quel capolavoro che fu “tocca l’albicocca”, un album scorretto e sporco, prima che il web rendesse tutto facile e accessibile, quando servivano veramente le palle quadre per fare “schifo”.. Musica per un’epoca piú (in)civile.

https://youtu.be/CzNe-Guatemala Squallor

Come già in Guatemala? Eh sì… Perchè tra i giorni spesi in Nicaragua e la voglia di vedere anche un po’ di Messico, devo guadagnare da qualche parte. l’Honduras è grande e la parte piú interessante è a nord, troppo distante dalla mia rotta. El Salvador è piú che altro mare, e non ho ancora voglia di spiaggia, quindi li passerò di corsa, con una sola notte a San Salvador… E ovviamente dovrò scontare l’affronto! Al confine tra Nicaragua e Honduras, vengo bloccato in dogana: “ah, cosí sei stato a Panama?!… E la febbre gialla?”, “sta bene, grazie!”, “non fare lo spiritoso… Senza vaccino non puoi entrare!”. Azz! Eppure di solito sono attento a ste cose. Quando ero stato in Australia, avevo il mio bel libricino giallo delle vaccinazioni che sapevo essere necessario se si arrivava dal sud America, ma di questo proprio non ne sapevo nulla. Cioè, in Costarica non mi hanno chiesto nulla, in Nicaragua neanche e non lo faranno neanche nei successivi paesi… Bah! Stranezze! Sta di fatto che resto bloccato qualche ora in un tira e molla serrato tra il “non entri” e il “ti scortiamo all’ospedale per farti vaccinare” (ahahaha… Sí, certocerto!). Alla fine, dato che tutto il mondo è paese, e alcuni paesi lo sono piú di altri, “30dolares” e mi fanno passare. Confine tra Honduras e El Salvador… controllo bagagli… Il doganiere, ispezionando lo zainomostro, tira fuori il mio foulard di contrada e lo guarda perplesso… Chiama il suo superiore e entrambi cominciano a studiarmi in modo strano… Cazzo! Saranno mica doganieri biancoverdi?! “E questo cos’è?”… Mmmm…sicuro di volerti infilare in questo ginepraio? Ok figlio, lo hai voluto tu… mi tuffo in una appassionata spiegazione, in spagnolo, del Palio e delle sue caratteristiche… Dopo circa 20 minuti di monologo, proprio quando mi sto addentrando nella questione “puri vs mezzi”, mi interrompono (eppure mi sembrava interessante) e mi dicono di passare ma di non mostrare il foulard in giro, che quelli sono i “colori” che distinguono la “mara salvatrucha”… Si vabbè, se è per questo, sono anche i colori della bandiera salvadoregna, ma ho preferito evitare di fare mr. Precisetti!

(Chissà cosa ne pensano loro della diatriba “puri vs mezzi”)

 E alla fine, finalmente, entro in Guatemala! Prima tappa, Antigua Guatemala, piccola cittadina coloniale, circondata da vulcani (contenti loro…). Bellissima! 

Il centro è un po’ troppo affollato di turisti, ma il mio ostello, un po’ decentrato, è perfetto (sto diventando bravo nella scelta degli ostelli)! Da fuori sembra una fetenzia, ma dentro è un piccolo gioiello, e la differenza maggiore la fa il proprietario, Irving, un 28enne guatemalteco che ha vissuto qualche anno a New York. Insieme a lui faccio la conoscenza di Kevin, un californiano proprietario di un ristorante italiano (il “crush”… Ma perchè??), dove ovviamente non lavora manco un italiano (se ci facessimo pagare un dollaro l’anno, da ogni ristorante nel mondo che vende pizza e cibo italiano, saremmo il paese piú ricco al mondo… Ma poi non sapremmo che farcene e ce li faremmo fottere comunque!). Giornate fantastiche quelle ad Antigua, passate tra gironzolare per la città e scalare uno dei vulcani attivi (uuuuuuu… Qui il “Sempronio Wanderer” che è in me, si sta gasando!)

( i vulcani Agua, Fuego e Acatenango, visti dal Pacaya… Non esattamente il luogo piú sereno del pianeta)

Ma il regalo che mi fa Antigua, è la ritrovata gioia della condivisione, nell’aprirsi all’estraneo. Chiacchiere, riflessioni e risate che rendono ogni viaggio davvero unico (questo sì! Perchè i posti, bene o male, sono gli stessi per ogni viaggiatore/turista, ma le persone e le interazioni che si creano, restano uniche e personali). Io, Kevin e Irving ci salutiamo l’ultima sera, con una bella sbronza di mescal (facile, non toccando alcool da 2 mesi, ci metto poco), in un localino tipico. Torniamo a casa (vabbè ostello) barcollando e ridendo come 3 idioti… Grazie neh!

( a me basta il mescal!)

Il giorno seguente, con la testa un po’ imballata, parto per la tappa successiva: il lago atitlan. Qui non si usano molto i chicken bus (per fortuna, le strade guatemalteche sono tra le peggiori che abbia visto), ma piuttosto shuttle turistici che hanno prezzi molto convenienti, dato che il flusso turistico, segue piú o meno sempre lo stesso percorso. Sul mio stesso shuttle, sale un ragazzo francese che era con me in ostello da Irving e se ne stava un po’ sulle sue. All’inizio siamo un po’ diffidenti l’uno con l’altro (capirai, un francese e un italiano…), poi scopriamo che non solo stiamo andando nello stesso paesino (sul lago atitlan ce ne sono almeno una decina), ma che abbiamo scelto lo stesso ostello isolato. Ci sciogliamo e leghiamo subito, parlando entrambi un discreto spagnolo. Sarà forse il legame piú forte di tutto il mio viaggio. Mael è un 27enne taciturno e riflessivo, capace di scoppi improvvisi di risate e di passare dall’immobilità alla frenesia in tempo zero… Mi ricorda tantissimo me alla sua età! L’ostello è ancora una volta una ciofeca fuori e uno spettacolo dentro. I giorni sul lago atitlan passeranno veloci tra camminate, bagni (mi rifiuto di scalare l’ennesimo vulcano… Bastaaaa!) e chiacchiere fino a tardi…

(Il lago Atitlan, e pure qui, vulcani come non ci fosse un domani)

Si capisce che si rivede in me, mi parla dei suoi sogni e dei suoi dubbi (comincia a sentire il passaggio ai 30 che pure io ho patito molto di piú di quello ai 40) e io cerco di essere il piú onesto possibile su come si cambia e sulla diversa prospettiva con cui si affrontano le cose. Entrambi siamo diretti verso tikal, ed entrambi, senza consultarci, optiamo per non alloggiare come tutti sull’isola di flores, ma di stare nel piú piccolo e isolato El Remate. 

Cosí saranno altri giorni di risate e chiacchiere in cui consolideremo il nostro legame, senza contare che il posto è magnifico e che vedrò le mie prime rovine Maya: Tikal

(Per tutti i miei amici nerd, non vi ricorda nulla?)

(Braaaaaviiii… Il pianeta Yavin nel sacro episodio 4!)

È tempo di salutarci, il Niño (cosí ho cominciato a chiamarlo, mentre lui mi chiama “papa”… Fassstidioooo) entrerà via terra in Belize dal nord, mentre io non ho ancora finito col Guatemala e conto di entrare via mare dalla parte sud del Belize. Ci separiamo in allegria, perchè quando capitano incontri cosí fortunati, non c’è spazio per la tristezza. 

(Il Niño a El Remate, con la maglia del PSG… Che gnoraaantee!)

La mia tappa successiva è lanquin, per visitare il parco di semuc champei (che non è il pescatore dalle grandi orecchie a sventola, che poi, da bambino, capivo orecchie a scatola!)… Niente da dire, il parco e le sue pozze sono magnifiche, ma è l’unica tappa del Guatemala che mi lascia poco.

Riparto per l’ultima parte guatemalteca… Voglio un po’ di giungla e starmene qualche giorno sul rio dulce, risalirlo fino alla foce nel caribe e da li imbarcarmi per entrare in Belize (Sempronio, non gasarti!). Il viaggio per raggiungere rio dulce sarà una piccola odissea. Normalmente sarebbero 6/7 ore di sterrato, ma finiamo bloccati in uno sciopero che ha bloccato la strada. Protesta della comunità locale a cui era stata promessa una strada mai realizzata (ma va?!). Aspettano il sindaco, che ovviamente non si farà vedere, del resto girano molte facce incazzate e qui il macete lo hanno tutti, manco fosse un iPhone al salone del mobile. Stremato dal sole, dall’attesa e dalla tensione, arrivo sul rio dulce. 3 giorni di relax totale tra giungla, bagni nel fiume e kayak.

Risalgo il bellissimo rio, fino alla foce e finalmente entro nel mar dei caraibi. Una notte di pausa nella bella Livingston, dove si respira davvero atmosfera caraibica e la popolazione è un bel miscuglio tra maya e garifuni. 

(ultima alba in Guatemala… Maremma maiala)

Questo mi permette di abituarmi al cambio che mi aspetterà in Belize, dove tornerò a parlare inglese e ad ascoltare i ritmi caraibici. Alla prossima, che mi vedrà districarmi tra le follie dei costi del Belize, e fino ad allora ricordate:”Dan le jour de la revolucion, Mi so’ fatto la cacca nei calzon”

Nicaragua: don Chico vs Sempronio wanderer

Finalmente lascio la Costarica e entro in Nicaragua. La frontiera già mi fa capire che le cose stanno migliorando per me. Lo sportello per l’uscita è un inferno di gente che si accalca, lo sportello per l’ingresso in Nicaragua è sgombro e il sorridente doganiere mi mette un bel timbro e: “benvenuto in Nicaragua, basta ora con sto puravida!”. Sgrano gli occhi e quasi lo abbraccio. Fuori cerco un bus per dirigermi verso Rivas e da li verso il lago Nicaragua. Mi avvicino a un bus per Managua e chiedo, risposta: “siamo mica in Costarica! Se ti serve, ci fermiamo li!”. Daiii, ditemelo, vi siete messi d’accordo? Cosí mi fate piangere! Salgo cosí sul mio primo chicken bus, che diventerà una costante nei miei spostamenti nicaraguegni. Ora, cos’è un chicken bus? Dicesi chicken bus, uno scassone stile scuolabus americano riconvertito a bus pubblico. Caratteristiche:

  • Lo scarico rilascia nuvoloni neri che manco a Kathmandu. 
  • È molto basso e io quasi tocco il tetto (o forse sono io che sono cresciuto molto).
  • L’esterno è un misto di ruggine, immagini sacre, faccioni di cantanti locali e frase religiose, tipo: Dio proteggimi… Gesú veglia su di me. Tutte frasi a cui in effetti si fa ricorso quando li si utilizza!
  • Parte solo quando è chiiiino come un uovo.
  • L’equipaggio è composto dall’autista e dal ” butta dentro”, che si fa tutto il viaggio attaccato fuori urlando la destinazione finale e trovando spazio per tutti a forza di spintoni
  • Ogni 3×2 si ferma per far salire qualcuno, compreso venditori ambulanti che vendono cibo e bevande e che, sgusciando come anguille, riescono a destreggiarsi nella ressa

      Vengo risputato fuori da quella massa di corpi a Rivas, e da li mi imbarco per l’isola di ometepe. La vista dell’isola coi suoi 2 vulcani toglie il fiato.

      Dovevo fermarmi 2 notti e invece diventeranno 3, e questo è un segnale. La prima volta in questo viaggio che prolungo invece di tagliare. Le cose cominciano a girare nel verso giusto. A zonzo per l’isola, salgo fino a metà uno dei due vulcani e mi rilasso sotto una bella cascata, mi gusto il tramonto dalla lingua di sabbia da cui si possono vedere entrambi i vulcani, noleggio pure una bici (non imparerò mai che non è roba per me), ma su questo soprassediamo. Il tutto mentre la vecchia signora, proprietaria della camera dove dormo, mi tratta come un figlio e mi ingozza fino a scoppiare. Lascio Ometepe con una bella sensazione addosso e un ritrovato gusto per il movimento. Arrivo a Granada, bella cittadina coloniale. Il mio ostello ha un bel chiostro e un’atmosfera monastica.

       Ho voglia di girare e vedere cose, tra le altre le isletas de Granada (400 isolotti formati dall’esplosione di un antico vulcano) e poi il vulcano Masaya, dove per la prima volta vedo da vicino la lava scorrere, un vero spettacolo ipnotico.

      (Las isletas)

      (Lava nel cratere del Masaya)

      Questa foto mi da l’opportunità di parlare di un argomento che potrebbe diventare una succulenta rubrica: “smitizziamo il viaggiatore“. In questa epoca di social e iperconnessione, pullulano profili, blog di viaggio (il mio non fa testo, perchè, per ovvie ragioni, lo leggono solo mia mamma e qualche amico in cerca di “ispirazione” quando va in bagno) e libri, di centinaia di “Tizio vagabondo”, “Caio nomade” e “Sempronio wanderer”. Ora, non dico che viaggiare sia semplicissimo e alla portata proprio di tutti (cazzo, sono pieno di punture di qualsiasi insetto volante catalogato dall’uomo, non dormo in un letto decente da almeno 10giorni e l’ultima doccia calda proprio non la ricordo!), ma poco ci manca! Davvero non è tutta questa gran cosa! Piccoli adattamenti e si è in giro a vedere posti sconosciuti e incredibili. Foto come quella sopra del cratere Masaya, postata su un social o in un qualche blog, lascia in chi la guarda un’idea quasi sempre idealizzata di chi l’ha scattata e come ci sia arrivato (“cazzo, di notte fino al cratere di un vulcano attivo… Io mica potrei… Proprio fico sto “Sempronio wanderer”). La verità è che spesso, piú che avventurieri alla Indiana Jones, siamo Fantozzi in gita in luoghi molto belli. Esempio pratico: sul cratere attivo del Masaya ci si arriva in macchina, in grupponi di 20/30 persone, ci si resta 10 minuti in cui tutti si affollano per fare foto o selfie dove poter sembrare “soli”, dopodiché i guardiaparco soffiano nei loro fischietti per segnalare che il tempo è scaduto e un altro gruppo attende… “Filini vadi lei”! Ricordatevi: il viaggiatore social è la versione 2.0 del pescatore, diffidate dai racconti e dalle foto, a meno che non ci sia un pacchetto di sigarette come riferimento (questa la capiscono solo i pescatori). E queste sono le foto che “Sempronio wanderer” non vi farà mai vedere:

      (La coda in attesa del proprio turno per salire al cratere)

      (Guarda mamma! Sono da solo sul vulcano!)

      Finito il momento polemicone è anche giunto quello per spostarsi. Cambio programma e invece che dirigermi a Leon, punto decisamente a Nord, verso le montagne. Il Nicaragua mi sta entusiasmando e voglio vedere qualche lato diverso e meno noto. Dopo l’ormai consueto viaggio della speranza arrivo a Matagalpa, sonnacchioso paese circondato da montagne, da cui vorrei provare a raggiungere il massiccio di penas blanca e arrampicarlo (questa è un’esagerazione da Sempronio wanderer, il termine corretto sarebbe “salirlo” ma non fa fico!). Zero turisti qui a Matagalpa, che da un lato è un bene, dall’altro rende molto complesso raggiungere la mia meta.

      A Matagalpa non ci saranno turisti, ma non può mancare il ristoratore italiano. Mario, energico 50enne bergamasco che ha lasciato il lavoro nell’edilizia (ma va?!) e ora ha aperto una pizzeria (ma va?!). Sono già 10 anni che si è trasferito, dice che l’Italia gli manca ma non ci tornerebbe mai (ma va?!). Una curiosità per spiegare come funziona la tassazione in un paese “arretrato”: una volta al mese un impiegato dell’esattoria passa dalla tua attività (passa proprio lui neh! Se non passa, amen), riscuote un fisso, corrispettivo a meno di 20 dollari, in cui è compreso tutto, rilascia ricevuta e ciaobello! Sono proprio dei barbari! Sta di fatto che chiedendo qua e la, capisco come raggiungere il massiccio di penas blanca… E che te lo dico a fare… Chicken bus… Ma questo supera ogni incubo peggiore. 7 ore di strada sterrata, pigiato come una sardina, ci sono dei momenti dove non tocco neanche terra, galleggio semplicemente portato dalla marea di gente che neanche le prime file di san siro con Vasco! I locali mi guardano con curiosità (cazzo ci fa sto pirla in sto casino?), il butta dentro continua a fermarsi per far salire gente rischiando la rivolta dei passeggeri (e se si lamentano pure loro…), venditori ambulanti sgusciano cercando di vendere i loro prodotti (sciura, io te lo comprerei anche il tuo pollo con salsa piccante, ma poi dovrei assumerlo per osmosi che alla bocca proprio non ci arrivo!). 7 ore dopo, il bus mi sputa fuori come Pinocchio dalla balena. Sono solo e il massiccio è davanti a me! Mi incammino non sapendo dove andare.

      (Il “mostro” davanti al mostro)

      Cammino verso la direzione del parco nazionale e faccio l’incontro piú importante del Nicaragua: don Chico! Ci vorrebbe un post solo per parlare di questo personaggio. 80enne, nato e cresciuto all’ombra del massiccio, nella finca (fattoria) che è da sempre della sua famiglia. Conosce a memoria tutto il parco nazionale prima ancora che questo fosse dichiarato tale. Nella sua finca, don Chico ha ricavato un paio di stanzette che chi arriva fin li può utilizzare. Piú in fondo alla strada ci sono altre 2 strutture piú attrezzate, di proprietà del parco, ma io ho trovato il mio posto!

      (finca don chico e il penas blanca alle spalle)

      (Ma quante ne sa don Chico?!)

      Rimarrò 3 notti da Don Chico, per tutto il tempo mi farà da guida, pure per salire il massiccio! Un 80enne che se la zampetta e io che arranco dietro. Lui con la sua bella camicia verde intonsa e io con la mia maglietta che non si sa piú di che colore sia. 3 giorni splendidi con momenti che resteranno scolpiti. Uno su tutti: ultima sera. Io, don Chico e famiglia, finiamo di cenare. Mi guarda e dice: che ne dico di un po’ di musica? Scompare e riappare poco dopo, imbracciando una fisarmonica e comincia a suonare un motivo tale e quale a come lo suonava mio nonno… Ho ancora la pelle d’oca.

      (Dai don Chico,umiliami pure!)

      (tramonto dalla finca)

      (In cima!)

      Tempo di lasciare don Chico e già piango,  ma mica perchè sono un romanticone, è che penso al chicken bus di ritorno… E ve lo risparmio. Ripasso da Matagalpa e mi dirigono verso Estelí, da dove dovrei lasciare il Nicaragua, ma non esiste che me ne vada senza aver piantato la tenda in questo paese. Scovo un canyon che è aperto ai turisti solo da 10 anni, il progetto è camminare fino all’ingresso, piantare la tenda e il giorno dopo ridiscenderlo a nuoto. E cosí sarà! Il miglior saluto al Nicaragua che mi ha ridato la voglia di viaggiare veramente e di imbelinarmi lungo la strada! 

      (Su quel cucuzzolo in alto a destra pianterò la tenda)

      Alla prossima che mi vedrà correre attraverso Honduras e El Salvador per recuperare il tempo utilizzato in Nicaragua e per evitare di incappare nella mara salvatrucha che poi mi tocca polemizzarci… E nel frattempo, ricordate: don Chico a Sempronio wanderer lo “spiezza” in due!

      Costarica: “Pura vida… Puravidastocazzo”

      ​E niente… Io e la Costarica ci siamo cercati, inseguiti e annusati per anni, e poi, quando è successo, non ci siamo piaciuti. Forse era il momento sbagliato, forse “era meglio restare solo amici”, probabilmente non lo sapremo mai… Ma andiamo con ordine. Già il passaggio della frontiera avrebbe dovuto mettermi in guardia. 4 ore per passare la dogana tra Panama e Costarica! Ne ho passati di confini “complessi” ma mai una roba come questa, e dopo 12 ore di bus da Panama city, non è stata esattamente una festa. Anche il mio compagno di viaggio poteva essere un buon campanello d’allarme. Viaggiando solo, ho sempre la curiosità di scoprire chi avrò seduto di fianco durante i viaggi in bus. Ecco, questa volta mi è toccato King Kong! Un bestione butterato che per tutto il tempo non ha fatto altro che tirarsi fuori le mutande dalla riga del culo, sistemarsi i “gioielli” e tirare su dal naso come se dovesse scatarrare… Poi fortunatamente si è addormentato ed ha cominciato a russare come se da quello dipendesse la salvezza dell’umanità! Finalmente arrivo alla mia prima tappa, il paesino di Dominical, sulla costa pacifica. 2 stradine sterrate che si snodano lungo una bella e vasta spiaggia. Mi piace subito. 

      Cerco un ostello e trovo libero solo il “cool vibes” hostel. Dove subisco l’umiliazione del “braccialetto della vergogna”, un pezzo di carta attorno al polso, che tutti gli ospiti devono portare per farsi riconoscere… Da chi poi… Bah! 

      (Già ti chiami ” cool vibes”, ma pure il braccialetto della vergogna, nuoooo!)

      A parte il nome agghiacciante e il braccialettodellavergogna, sarebbe anche un bel posto, se non fosse popolato esclusivamente da surfisti e per la maggioranza americani (che è un po’ come dire: pizzaioli italiani, taxisti pakistani, toreri spagnoli… Il luogo comune nel luogo comune!). Ora, non ho nulla contro i surfisti, è una passione, e come ogni passione è uno dei motori fondamentali di ogni esistenza, ma un conto è non avere nulla contro, un conto è essere circondato e sentire parlare solo ed esclusivamente di Drop, cutback, chop, beach break e orari di marea. Mi verrebbe voglia di alzare il ditino e riproporre la classica domanda che utilizza mio fratello Scre ogni volta che una discussione langue: “sì…OK.. Ma figa?”. Invece me ne sto per i fatti miei a fumarmi la mia sigaretta quando vengo tirato in mezzo… ” eh tu?”… “No, io non faccio surf”… Gelo immediato… Tutti si girano verso di me, come se avessi indicato la stella a 5 punte sulla parete dell'”agnello macellato” (chi vuole intendere…). Beh, da quel momento diciamo che non verrò piú importunato, anzi, avrò anche molto spazio intorno, come se mi aggirassi con una maglietta di Marylin Manson al meeting di CL a Rimini. Comunque questo mi spinge ad esplorare la zona, e a scoprire la spiaggia di Dominicalito, bellissima e deserta dato che i surfisti non la frequentano causa scogli affioranti (e poi il wave period e il lull sono eccessivi… Vi prego sparatemi!).

      (Dai…vieni a surfare qui!)

       Passo qualche giorno tra la mia spiaggia privata e l’esplorazione della giungla che ho alle spalle. Le uniche persone che incontro (tutti turisti) mi salutano dicendo: “pura vida” e su questo voglio aprire una piccola parentesi (che non sarà né troppo piccola, né priva di polemica… Straaanooo!). “Pura vida” è un saluto Costaricano in voga da 50 anni, in origine stava a significare il sapere apprezzare le piccole cose della vita e l’amore per un’esistenza semplice. Oggi viene usato dai turisti piú nel senso di “figata”, “bella storia”, “questa si che è vita”. Ecco, a furia di sentirmelo dire, mi passa anche la fantasia. Mi fa un po’ l’effetto delle risate registrate del drive-in o di alcune sit-com… Alla fine sono cosí eccessive che lascio ridere loro. Lo stesso effetto che mi fa vedere tutta questa smania di farsi selfie super sorridenti, quando fino a un secondo prima si aveva un’espressione normale se non scazzata. Perchè tutto deve sembrare bellissimo e “nonsapetecosavistateperdendo”, ma mica è vero, mica è cosí che funziona. Il viaggio è anche attese infinite, bus che non arrivano mai, cibo pessimo e cacca peggio, aspettative tradite e subito dopo sorprese che ti lasciano a bocca aperta, e allora tutto si incastra, perchè se non avessi perso il bus, non avresti visto quel tramonto, perchè se il posto da cui ti aspettavi molto non ti avesse deluso, non saresti partito per quello che invece ti ruberà un pezzo di cuore! Ecco, questa, per me, è “pura vida” nel suo senso piú largo ma anche preciso, lasciare che le cose accadano, abbracciare l’imprevisto, perchè la vita, per essere “pura” deve essere sorprendente e inaspettata… Oppure tenetevi le risate finte del Drive-In! Comunque, dato che incontro solo turisti anglofoni, prendo l’abitudine di rispondere a “pura vida” con “puravidastocazzo”, detta tutta attaccata e con un sorriso da stregatto.

      (Daiiii, tutti in coro: “puravidastocaaazzooo!”)

      È tempo di lasciare Dominical, il mio progetto originale di visitare il parco Coronado salta, i 2 posti che contatto sono tutti pieni e i costi sono esorbitanti. Sì, perchè essendo invasa da americani, i costi si sono adeguati, si paga in dollari (quando paghi con i colones ti guardano storto) e tutto costa come in Europa. Pace, mi dirigono verso quepos, sempre sulla costa pacifica, per visitare il parco nazionale Manuel Antonio. Scelgo l’alloggio in base al nome, per togliermi di dosso l’effetto fighetto del “cool vibes” la mia scelta cade sull’ostello “vista serena” tipo pensione di Viareggio. A volte le scelte meno logiche fanno centro! 

       (la “vista serena” dal mio ostello)

      La visita al parco Manuel Antonio (ribattezzato: Manuel, non sudare come Antonio) è piú uno slalom tra i turisti… Cioè, bello è bello, ma l’entrata costa come un ingresso a Gardaland e l’affluenza è piú o meno la stessa. Centinaia di turisti schiamazzanti, ma dove si nascondono i “ticos” (l’abbreviazione comune per i costaricani)? Non sono ancora riuscito a chiacchierare con nessun locale… Bah!

      (Non sudare Antooooniooo!)

      Ok… Abbiamo capito che la parte pacifica del Costarica non fa per me, provo a risalire verso il centro, l’importante è muoversi! Destinazione Santa Elena e la foresta nebulare di Monteverde. Viaggio disagio… 4 bus diversi, ne perdo pure un paio… arrivo che è buio… In giro manco un cane… Il mio ostello è molto fuori dal paese, mi schiaffo le cuffie nelle orecchie e mi incammino. Dopo una bella camminata finalmente arrivo! L’ostello è proprio dietro al cimitero, e nel mentre, nelle cuffie parte “Thriller” di MJ…ahahahaha.. Cazzo me rido?

      (Quell’ostello dietro al cimitero AKA Un buco te lo si trova sempre… La foto è mossa mica perchè ero in ansia, è che stavo ballando come Michael 😀 ) 

      Rispetto al pacifico qui fa un freddo porco, che da un lato è un bene, dall’altro è raffreddore assicurato. La foresta nebulare è, come suggerisce il nome, una foresta immersa tra le nuvole, che tra freddo è umidità non ci si capisce una mazza!

      (C’è la foresta, ci sono le nubi, è su un monte ed è pieno di verde… Chiaro no?)

      Di giorno non si vedono animali (devo dire a causa dei molti turisti?), ma se si esce di notte:

      (So che si capisce poco, ma sta palla pelosa è un bradipo)

      (So che si capisce poco, ma quel mostro peloso è una tarantola, e piú di cosí non mi avvicinavo mica!)

      (Questo invece lo capite tutti)

      Tutto molto bello, ma la scintilla col Costarica non scatta, dovrei forse andare sul lato caraibico che molti mi dicono essere meglio, ma non lo saprò mai, perchè una vocina nella testa continua a sussurrarmi: “nicaraaaaaaaguaaaaaaa”… E allora via… zaino, bus direzione confine, ultima notte in quella fetecchia di città che è Liberia, in uno degli ostelli piú brutti che io ricordi, dove finalmente ho una discussione con un “tico” di nome Jesus: “ehi, devi fumare a 5 metri dall’edificio”.. “5 metri a destra?”… “5 metri in tutte le direzioni”… “mmmm… ‘Spè che mi arrampico sul palo”… Non ha riso!

      Alla prossima che mi vedrà in Nicaragua, e fino ad allora ricordate, se vi capiterà di andare in Costarica e qualcuno vi griderà ” puravidastocazzo”, non prendetevela, è solo il seme che ho lasciato che sta germogliando!