Guatemala, Guatemala, maremmamaiala!

Avrei visitato il Guatemala anche solo per poter intitolare cosí il post! Quando mi ricapita di poter omaggiare gli Squallor e quel capolavoro che fu “tocca l’albicocca”, un album scorretto e sporco, prima che il web rendesse tutto facile e accessibile, quando servivano veramente le palle quadre per fare “schifo”.. Musica per un’epoca piú (in)civile.

https://youtu.be/CzNe-Guatemala Squallor

Come già in Guatemala? Eh sì… Perchè tra i giorni spesi in Nicaragua e la voglia di vedere anche un po’ di Messico, devo guadagnare da qualche parte. l’Honduras è grande e la parte piú interessante è a nord, troppo distante dalla mia rotta. El Salvador è piú che altro mare, e non ho ancora voglia di spiaggia, quindi li passerò di corsa, con una sola notte a San Salvador… E ovviamente dovrò scontare l’affronto! Al confine tra Nicaragua e Honduras, vengo bloccato in dogana: “ah, cosí sei stato a Panama?!… E la febbre gialla?”, “sta bene, grazie!”, “non fare lo spiritoso… Senza vaccino non puoi entrare!”. Azz! Eppure di solito sono attento a ste cose. Quando ero stato in Australia, avevo il mio bel libricino giallo delle vaccinazioni che sapevo essere necessario se si arrivava dal sud America, ma di questo proprio non ne sapevo nulla. Cioè, in Costarica non mi hanno chiesto nulla, in Nicaragua neanche e non lo faranno neanche nei successivi paesi… Bah! Stranezze! Sta di fatto che resto bloccato qualche ora in un tira e molla serrato tra il “non entri” e il “ti scortiamo all’ospedale per farti vaccinare” (ahahaha… Sí, certocerto!). Alla fine, dato che tutto il mondo è paese, e alcuni paesi lo sono piú di altri, “30dolares” e mi fanno passare. Confine tra Honduras e El Salvador… controllo bagagli… Il doganiere, ispezionando lo zainomostro, tira fuori il mio foulard di contrada e lo guarda perplesso… Chiama il suo superiore e entrambi cominciano a studiarmi in modo strano… Cazzo! Saranno mica doganieri biancoverdi?! “E questo cos’è?”… Mmmm…sicuro di volerti infilare in questo ginepraio? Ok figlio, lo hai voluto tu… mi tuffo in una appassionata spiegazione, in spagnolo, del Palio e delle sue caratteristiche… Dopo circa 20 minuti di monologo, proprio quando mi sto addentrando nella questione “puri vs mezzi”, mi interrompono (eppure mi sembrava interessante) e mi dicono di passare ma di non mostrare il foulard in giro, che quelli sono i “colori” che distinguono la “mara salvatrucha”… Si vabbè, se è per questo, sono anche i colori della bandiera salvadoregna, ma ho preferito evitare di fare mr. Precisetti!

(Chissà cosa ne pensano loro della diatriba “puri vs mezzi”)

 E alla fine, finalmente, entro in Guatemala! Prima tappa, Antigua Guatemala, piccola cittadina coloniale, circondata da vulcani (contenti loro…). Bellissima! 

Il centro è un po’ troppo affollato di turisti, ma il mio ostello, un po’ decentrato, è perfetto (sto diventando bravo nella scelta degli ostelli)! Da fuori sembra una fetenzia, ma dentro è un piccolo gioiello, e la differenza maggiore la fa il proprietario, Irving, un 28enne guatemalteco che ha vissuto qualche anno a New York. Insieme a lui faccio la conoscenza di Kevin, un californiano proprietario di un ristorante italiano (il “crush”… Ma perchè??), dove ovviamente non lavora manco un italiano (se ci facessimo pagare un dollaro l’anno, da ogni ristorante nel mondo che vende pizza e cibo italiano, saremmo il paese piú ricco al mondo… Ma poi non sapremmo che farcene e ce li faremmo fottere comunque!). Giornate fantastiche quelle ad Antigua, passate tra gironzolare per la città e scalare uno dei vulcani attivi (uuuuuuu… Qui il “Sempronio Wanderer” che è in me, si sta gasando!)

( i vulcani Agua, Fuego e Acatenango, visti dal Pacaya… Non esattamente il luogo piú sereno del pianeta)

Ma il regalo che mi fa Antigua, è la ritrovata gioia della condivisione, nell’aprirsi all’estraneo. Chiacchiere, riflessioni e risate che rendono ogni viaggio davvero unico (questo sì! Perchè i posti, bene o male, sono gli stessi per ogni viaggiatore/turista, ma le persone e le interazioni che si creano, restano uniche e personali). Io, Kevin e Irving ci salutiamo l’ultima sera, con una bella sbronza di mescal (facile, non toccando alcool da 2 mesi, ci metto poco), in un localino tipico. Torniamo a casa (vabbè ostello) barcollando e ridendo come 3 idioti… Grazie neh!

( a me basta il mescal!)

Il giorno seguente, con la testa un po’ imballata, parto per la tappa successiva: il lago atitlan. Qui non si usano molto i chicken bus (per fortuna, le strade guatemalteche sono tra le peggiori che abbia visto), ma piuttosto shuttle turistici che hanno prezzi molto convenienti, dato che il flusso turistico, segue piú o meno sempre lo stesso percorso. Sul mio stesso shuttle, sale un ragazzo francese che era con me in ostello da Irving e se ne stava un po’ sulle sue. All’inizio siamo un po’ diffidenti l’uno con l’altro (capirai, un francese e un italiano…), poi scopriamo che non solo stiamo andando nello stesso paesino (sul lago atitlan ce ne sono almeno una decina), ma che abbiamo scelto lo stesso ostello isolato. Ci sciogliamo e leghiamo subito, parlando entrambi un discreto spagnolo. Sarà forse il legame piú forte di tutto il mio viaggio. Mael è un 27enne taciturno e riflessivo, capace di scoppi improvvisi di risate e di passare dall’immobilità alla frenesia in tempo zero… Mi ricorda tantissimo me alla sua età! L’ostello è ancora una volta una ciofeca fuori e uno spettacolo dentro. I giorni sul lago atitlan passeranno veloci tra camminate, bagni (mi rifiuto di scalare l’ennesimo vulcano… Bastaaaa!) e chiacchiere fino a tardi…

(Il lago Atitlan, e pure qui, vulcani come non ci fosse un domani)

Si capisce che si rivede in me, mi parla dei suoi sogni e dei suoi dubbi (comincia a sentire il passaggio ai 30 che pure io ho patito molto di piú di quello ai 40) e io cerco di essere il piú onesto possibile su come si cambia e sulla diversa prospettiva con cui si affrontano le cose. Entrambi siamo diretti verso tikal, ed entrambi, senza consultarci, optiamo per non alloggiare come tutti sull’isola di flores, ma di stare nel piú piccolo e isolato El Remate. 

Cosí saranno altri giorni di risate e chiacchiere in cui consolideremo il nostro legame, senza contare che il posto è magnifico e che vedrò le mie prime rovine Maya: Tikal

(Per tutti i miei amici nerd, non vi ricorda nulla?)

(Braaaaaviiii… Il pianeta Yavin nel sacro episodio 4!)

È tempo di salutarci, il Niño (cosí ho cominciato a chiamarlo, mentre lui mi chiama “papa”… Fassstidioooo) entrerà via terra in Belize dal nord, mentre io non ho ancora finito col Guatemala e conto di entrare via mare dalla parte sud del Belize. Ci separiamo in allegria, perchè quando capitano incontri cosí fortunati, non c’è spazio per la tristezza. 

(Il Niño a El Remate, con la maglia del PSG… Che gnoraaantee!)

La mia tappa successiva è lanquin, per visitare il parco di semuc champei (che non è il pescatore dalle grandi orecchie a sventola, che poi, da bambino, capivo orecchie a scatola!)… Niente da dire, il parco e le sue pozze sono magnifiche, ma è l’unica tappa del Guatemala che mi lascia poco.

Riparto per l’ultima parte guatemalteca… Voglio un po’ di giungla e starmene qualche giorno sul rio dulce, risalirlo fino alla foce nel caribe e da li imbarcarmi per entrare in Belize (Sempronio, non gasarti!). Il viaggio per raggiungere rio dulce sarà una piccola odissea. Normalmente sarebbero 6/7 ore di sterrato, ma finiamo bloccati in uno sciopero che ha bloccato la strada. Protesta della comunità locale a cui era stata promessa una strada mai realizzata (ma va?!). Aspettano il sindaco, che ovviamente non si farà vedere, del resto girano molte facce incazzate e qui il macete lo hanno tutti, manco fosse un iPhone al salone del mobile. Stremato dal sole, dall’attesa e dalla tensione, arrivo sul rio dulce. 3 giorni di relax totale tra giungla, bagni nel fiume e kayak.

Risalgo il bellissimo rio, fino alla foce e finalmente entro nel mar dei caraibi. Una notte di pausa nella bella Livingston, dove si respira davvero atmosfera caraibica e la popolazione è un bel miscuglio tra maya e garifuni. 

(ultima alba in Guatemala… Maremma maiala)

Questo mi permette di abituarmi al cambio che mi aspetterà in Belize, dove tornerò a parlare inglese e ad ascoltare i ritmi caraibici. Alla prossima, che mi vedrà districarmi tra le follie dei costi del Belize, e fino ad allora ricordate:”Dan le jour de la revolucion, Mi so’ fatto la cacca nei calzon”

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Nicaragua: don Chico vs Sempronio wanderer

Finalmente lascio la Costarica e entro in Nicaragua. La frontiera già mi fa capire che le cose stanno migliorando per me. Lo sportello per l’uscita è un inferno di gente che si accalca, lo sportello per l’ingresso in Nicaragua è sgombro e il sorridente doganiere mi mette un bel timbro e: “benvenuto in Nicaragua, basta ora con sto puravida!”. Sgrano gli occhi e quasi lo abbraccio. Fuori cerco un bus per dirigermi verso Rivas e da li verso il lago Nicaragua. Mi avvicino a un bus per Managua e chiedo, risposta: “siamo mica in Costarica! Se ti serve, ci fermiamo li!”. Daiii, ditemelo, vi siete messi d’accordo? Cosí mi fate piangere! Salgo cosí sul mio primo chicken bus, che diventerà una costante nei miei spostamenti nicaraguegni. Ora, cos’è un chicken bus? Dicesi chicken bus, uno scassone stile scuolabus americano riconvertito a bus pubblico. Caratteristiche:

  • Lo scarico rilascia nuvoloni neri che manco a Kathmandu. 
  • È molto basso e io quasi tocco il tetto (o forse sono io che sono cresciuto molto).
  • L’esterno è un misto di ruggine, immagini sacre, faccioni di cantanti locali e frase religiose, tipo: Dio proteggimi… Gesú veglia su di me. Tutte frasi a cui in effetti si fa ricorso quando li si utilizza!
  • Parte solo quando è chiiiino come un uovo.
  • L’equipaggio è composto dall’autista e dal ” butta dentro”, che si fa tutto il viaggio attaccato fuori urlando la destinazione finale e trovando spazio per tutti a forza di spintoni
  • Ogni 3×2 si ferma per far salire qualcuno, compreso venditori ambulanti che vendono cibo e bevande e che, sgusciando come anguille, riescono a destreggiarsi nella ressa

      Vengo risputato fuori da quella massa di corpi a Rivas, e da li mi imbarco per l’isola di ometepe. La vista dell’isola coi suoi 2 vulcani toglie il fiato.

      Dovevo fermarmi 2 notti e invece diventeranno 3, e questo è un segnale. La prima volta in questo viaggio che prolungo invece di tagliare. Le cose cominciano a girare nel verso giusto. A zonzo per l’isola, salgo fino a metà uno dei due vulcani e mi rilasso sotto una bella cascata, mi gusto il tramonto dalla lingua di sabbia da cui si possono vedere entrambi i vulcani, noleggio pure una bici (non imparerò mai che non è roba per me), ma su questo soprassediamo. Il tutto mentre la vecchia signora, proprietaria della camera dove dormo, mi tratta come un figlio e mi ingozza fino a scoppiare. Lascio Ometepe con una bella sensazione addosso e un ritrovato gusto per il movimento. Arrivo a Granada, bella cittadina coloniale. Il mio ostello ha un bel chiostro e un’atmosfera monastica.

       Ho voglia di girare e vedere cose, tra le altre le isletas de Granada (400 isolotti formati dall’esplosione di un antico vulcano) e poi il vulcano Masaya, dove per la prima volta vedo da vicino la lava scorrere, un vero spettacolo ipnotico.

      (Las isletas)

      (Lava nel cratere del Masaya)

      Questa foto mi da l’opportunità di parlare di un argomento che potrebbe diventare una succulenta rubrica: “smitizziamo il viaggiatore“. In questa epoca di social e iperconnessione, pullulano profili, blog di viaggio (il mio non fa testo, perchè, per ovvie ragioni, lo leggono solo mia mamma e qualche amico in cerca di “ispirazione” quando va in bagno) e libri, di centinaia di “Tizio vagabondo”, “Caio nomade” e “Sempronio wanderer”. Ora, non dico che viaggiare sia semplicissimo e alla portata proprio di tutti (cazzo, sono pieno di punture di qualsiasi insetto volante catalogato dall’uomo, non dormo in un letto decente da almeno 10giorni e l’ultima doccia calda proprio non la ricordo!), ma poco ci manca! Davvero non è tutta questa gran cosa! Piccoli adattamenti e si è in giro a vedere posti sconosciuti e incredibili. Foto come quella sopra del cratere Masaya, postata su un social o in un qualche blog, lascia in chi la guarda un’idea quasi sempre idealizzata di chi l’ha scattata e come ci sia arrivato (“cazzo, di notte fino al cratere di un vulcano attivo… Io mica potrei… Proprio fico sto “Sempronio wanderer”). La verità è che spesso, piú che avventurieri alla Indiana Jones, siamo Fantozzi in gita in luoghi molto belli. Esempio pratico: sul cratere attivo del Masaya ci si arriva in macchina, in grupponi di 20/30 persone, ci si resta 10 minuti in cui tutti si affollano per fare foto o selfie dove poter sembrare “soli”, dopodiché i guardiaparco soffiano nei loro fischietti per segnalare che il tempo è scaduto e un altro gruppo attende… “Filini vadi lei”! Ricordatevi: il viaggiatore social è la versione 2.0 del pescatore, diffidate dai racconti e dalle foto, a meno che non ci sia un pacchetto di sigarette come riferimento (questa la capiscono solo i pescatori). E queste sono le foto che “Sempronio wanderer” non vi farà mai vedere:

      (La coda in attesa del proprio turno per salire al cratere)

      (Guarda mamma! Sono da solo sul vulcano!)

      Finito il momento polemicone è anche giunto quello per spostarsi. Cambio programma e invece che dirigermi a Leon, punto decisamente a Nord, verso le montagne. Il Nicaragua mi sta entusiasmando e voglio vedere qualche lato diverso e meno noto. Dopo l’ormai consueto viaggio della speranza arrivo a Matagalpa, sonnacchioso paese circondato da montagne, da cui vorrei provare a raggiungere il massiccio di penas blanca e arrampicarlo (questa è un’esagerazione da Sempronio wanderer, il termine corretto sarebbe “salirlo” ma non fa fico!). Zero turisti qui a Matagalpa, che da un lato è un bene, dall’altro rende molto complesso raggiungere la mia meta.

      A Matagalpa non ci saranno turisti, ma non può mancare il ristoratore italiano. Mario, energico 50enne bergamasco che ha lasciato il lavoro nell’edilizia (ma va?!) e ora ha aperto una pizzeria (ma va?!). Sono già 10 anni che si è trasferito, dice che l’Italia gli manca ma non ci tornerebbe mai (ma va?!). Una curiosità per spiegare come funziona la tassazione in un paese “arretrato”: una volta al mese un impiegato dell’esattoria passa dalla tua attività (passa proprio lui neh! Se non passa, amen), riscuote un fisso, corrispettivo a meno di 20 dollari, in cui è compreso tutto, rilascia ricevuta e ciaobello! Sono proprio dei barbari! Sta di fatto che chiedendo qua e la, capisco come raggiungere il massiccio di penas blanca… E che te lo dico a fare… Chicken bus… Ma questo supera ogni incubo peggiore. 7 ore di strada sterrata, pigiato come una sardina, ci sono dei momenti dove non tocco neanche terra, galleggio semplicemente portato dalla marea di gente che neanche le prime file di san siro con Vasco! I locali mi guardano con curiosità (cazzo ci fa sto pirla in sto casino?), il butta dentro continua a fermarsi per far salire gente rischiando la rivolta dei passeggeri (e se si lamentano pure loro…), venditori ambulanti sgusciano cercando di vendere i loro prodotti (sciura, io te lo comprerei anche il tuo pollo con salsa piccante, ma poi dovrei assumerlo per osmosi che alla bocca proprio non ci arrivo!). 7 ore dopo, il bus mi sputa fuori come Pinocchio dalla balena. Sono solo e il massiccio è davanti a me! Mi incammino non sapendo dove andare.

      (Il “mostro” davanti al mostro)

      Cammino verso la direzione del parco nazionale e faccio l’incontro piú importante del Nicaragua: don Chico! Ci vorrebbe un post solo per parlare di questo personaggio. 80enne, nato e cresciuto all’ombra del massiccio, nella finca (fattoria) che è da sempre della sua famiglia. Conosce a memoria tutto il parco nazionale prima ancora che questo fosse dichiarato tale. Nella sua finca, don Chico ha ricavato un paio di stanzette che chi arriva fin li può utilizzare. Piú in fondo alla strada ci sono altre 2 strutture piú attrezzate, di proprietà del parco, ma io ho trovato il mio posto!

      (finca don chico e il penas blanca alle spalle)

      (Ma quante ne sa don Chico?!)

      Rimarrò 3 notti da Don Chico, per tutto il tempo mi farà da guida, pure per salire il massiccio! Un 80enne che se la zampetta e io che arranco dietro. Lui con la sua bella camicia verde intonsa e io con la mia maglietta che non si sa piú di che colore sia. 3 giorni splendidi con momenti che resteranno scolpiti. Uno su tutti: ultima sera. Io, don Chico e famiglia, finiamo di cenare. Mi guarda e dice: che ne dico di un po’ di musica? Scompare e riappare poco dopo, imbracciando una fisarmonica e comincia a suonare un motivo tale e quale a come lo suonava mio nonno… Ho ancora la pelle d’oca.

      (Dai don Chico,umiliami pure!)

      (tramonto dalla finca)

      (In cima!)

      Tempo di lasciare don Chico e già piango,  ma mica perchè sono un romanticone, è che penso al chicken bus di ritorno… E ve lo risparmio. Ripasso da Matagalpa e mi dirigono verso Estelí, da dove dovrei lasciare il Nicaragua, ma non esiste che me ne vada senza aver piantato la tenda in questo paese. Scovo un canyon che è aperto ai turisti solo da 10 anni, il progetto è camminare fino all’ingresso, piantare la tenda e il giorno dopo ridiscenderlo a nuoto. E cosí sarà! Il miglior saluto al Nicaragua che mi ha ridato la voglia di viaggiare veramente e di imbelinarmi lungo la strada! 

      (Su quel cucuzzolo in alto a destra pianterò la tenda)

      Alla prossima che mi vedrà correre attraverso Honduras e El Salvador per recuperare il tempo utilizzato in Nicaragua e per evitare di incappare nella mara salvatrucha che poi mi tocca polemizzarci… E nel frattempo, ricordate: don Chico a Sempronio wanderer lo “spiezza” in due!

      Costarica: “Pura vida… Puravidastocazzo”

      ​E niente… Io e la Costarica ci siamo cercati, inseguiti e annusati per anni, e poi, quando è successo, non ci siamo piaciuti. Forse era il momento sbagliato, forse “era meglio restare solo amici”, probabilmente non lo sapremo mai… Ma andiamo con ordine. Già il passaggio della frontiera avrebbe dovuto mettermi in guardia. 4 ore per passare la dogana tra Panama e Costarica! Ne ho passati di confini “complessi” ma mai una roba come questa, e dopo 12 ore di bus da Panama city, non è stata esattamente una festa. Anche il mio compagno di viaggio poteva essere un buon campanello d’allarme. Viaggiando solo, ho sempre la curiosità di scoprire chi avrò seduto di fianco durante i viaggi in bus. Ecco, questa volta mi è toccato King Kong! Un bestione butterato che per tutto il tempo non ha fatto altro che tirarsi fuori le mutande dalla riga del culo, sistemarsi i “gioielli” e tirare su dal naso come se dovesse scatarrare… Poi fortunatamente si è addormentato ed ha cominciato a russare come se da quello dipendesse la salvezza dell’umanità! Finalmente arrivo alla mia prima tappa, il paesino di Dominical, sulla costa pacifica. 2 stradine sterrate che si snodano lungo una bella e vasta spiaggia. Mi piace subito. 

      Cerco un ostello e trovo libero solo il “cool vibes” hostel. Dove subisco l’umiliazione del “braccialetto della vergogna”, un pezzo di carta attorno al polso, che tutti gli ospiti devono portare per farsi riconoscere… Da chi poi… Bah! 

      (Già ti chiami ” cool vibes”, ma pure il braccialetto della vergogna, nuoooo!)

      A parte il nome agghiacciante e il braccialettodellavergogna, sarebbe anche un bel posto, se non fosse popolato esclusivamente da surfisti e per la maggioranza americani (che è un po’ come dire: pizzaioli italiani, taxisti pakistani, toreri spagnoli… Il luogo comune nel luogo comune!). Ora, non ho nulla contro i surfisti, è una passione, e come ogni passione è uno dei motori fondamentali di ogni esistenza, ma un conto è non avere nulla contro, un conto è essere circondato e sentire parlare solo ed esclusivamente di Drop, cutback, chop, beach break e orari di marea. Mi verrebbe voglia di alzare il ditino e riproporre la classica domanda che utilizza mio fratello Scre ogni volta che una discussione langue: “sì…OK.. Ma figa?”. Invece me ne sto per i fatti miei a fumarmi la mia sigaretta quando vengo tirato in mezzo… ” eh tu?”… “No, io non faccio surf”… Gelo immediato… Tutti si girano verso di me, come se avessi indicato la stella a 5 punte sulla parete dell'”agnello macellato” (chi vuole intendere…). Beh, da quel momento diciamo che non verrò piú importunato, anzi, avrò anche molto spazio intorno, come se mi aggirassi con una maglietta di Marylin Manson al meeting di CL a Rimini. Comunque questo mi spinge ad esplorare la zona, e a scoprire la spiaggia di Dominicalito, bellissima e deserta dato che i surfisti non la frequentano causa scogli affioranti (e poi il wave period e il lull sono eccessivi… Vi prego sparatemi!).

      (Dai…vieni a surfare qui!)

       Passo qualche giorno tra la mia spiaggia privata e l’esplorazione della giungla che ho alle spalle. Le uniche persone che incontro (tutti turisti) mi salutano dicendo: “pura vida” e su questo voglio aprire una piccola parentesi (che non sarà né troppo piccola, né priva di polemica… Straaanooo!). “Pura vida” è un saluto Costaricano in voga da 50 anni, in origine stava a significare il sapere apprezzare le piccole cose della vita e l’amore per un’esistenza semplice. Oggi viene usato dai turisti piú nel senso di “figata”, “bella storia”, “questa si che è vita”. Ecco, a furia di sentirmelo dire, mi passa anche la fantasia. Mi fa un po’ l’effetto delle risate registrate del drive-in o di alcune sit-com… Alla fine sono cosí eccessive che lascio ridere loro. Lo stesso effetto che mi fa vedere tutta questa smania di farsi selfie super sorridenti, quando fino a un secondo prima si aveva un’espressione normale se non scazzata. Perchè tutto deve sembrare bellissimo e “nonsapetecosavistateperdendo”, ma mica è vero, mica è cosí che funziona. Il viaggio è anche attese infinite, bus che non arrivano mai, cibo pessimo e cacca peggio, aspettative tradite e subito dopo sorprese che ti lasciano a bocca aperta, e allora tutto si incastra, perchè se non avessi perso il bus, non avresti visto quel tramonto, perchè se il posto da cui ti aspettavi molto non ti avesse deluso, non saresti partito per quello che invece ti ruberà un pezzo di cuore! Ecco, questa, per me, è “pura vida” nel suo senso piú largo ma anche preciso, lasciare che le cose accadano, abbracciare l’imprevisto, perchè la vita, per essere “pura” deve essere sorprendente e inaspettata… Oppure tenetevi le risate finte del Drive-In! Comunque, dato che incontro solo turisti anglofoni, prendo l’abitudine di rispondere a “pura vida” con “puravidastocazzo”, detta tutta attaccata e con un sorriso da stregatto.

      (Daiiii, tutti in coro: “puravidastocaaazzooo!”)

      È tempo di lasciare Dominical, il mio progetto originale di visitare il parco Coronado salta, i 2 posti che contatto sono tutti pieni e i costi sono esorbitanti. Sì, perchè essendo invasa da americani, i costi si sono adeguati, si paga in dollari (quando paghi con i colones ti guardano storto) e tutto costa come in Europa. Pace, mi dirigono verso quepos, sempre sulla costa pacifica, per visitare il parco nazionale Manuel Antonio. Scelgo l’alloggio in base al nome, per togliermi di dosso l’effetto fighetto del “cool vibes” la mia scelta cade sull’ostello “vista serena” tipo pensione di Viareggio. A volte le scelte meno logiche fanno centro! 

       (la “vista serena” dal mio ostello)

      La visita al parco Manuel Antonio (ribattezzato: Manuel, non sudare come Antonio) è piú uno slalom tra i turisti… Cioè, bello è bello, ma l’entrata costa come un ingresso a Gardaland e l’affluenza è piú o meno la stessa. Centinaia di turisti schiamazzanti, ma dove si nascondono i “ticos” (l’abbreviazione comune per i costaricani)? Non sono ancora riuscito a chiacchierare con nessun locale… Bah!

      (Non sudare Antooooniooo!)

      Ok… Abbiamo capito che la parte pacifica del Costarica non fa per me, provo a risalire verso il centro, l’importante è muoversi! Destinazione Santa Elena e la foresta nebulare di Monteverde. Viaggio disagio… 4 bus diversi, ne perdo pure un paio… arrivo che è buio… In giro manco un cane… Il mio ostello è molto fuori dal paese, mi schiaffo le cuffie nelle orecchie e mi incammino. Dopo una bella camminata finalmente arrivo! L’ostello è proprio dietro al cimitero, e nel mentre, nelle cuffie parte “Thriller” di MJ…ahahahaha.. Cazzo me rido?

      (Quell’ostello dietro al cimitero AKA Un buco te lo si trova sempre… La foto è mossa mica perchè ero in ansia, è che stavo ballando come Michael 😀 ) 

      Rispetto al pacifico qui fa un freddo porco, che da un lato è un bene, dall’altro è raffreddore assicurato. La foresta nebulare è, come suggerisce il nome, una foresta immersa tra le nuvole, che tra freddo è umidità non ci si capisce una mazza!

      (C’è la foresta, ci sono le nubi, è su un monte ed è pieno di verde… Chiaro no?)

      Di giorno non si vedono animali (devo dire a causa dei molti turisti?), ma se si esce di notte:

      (So che si capisce poco, ma sta palla pelosa è un bradipo)

      (So che si capisce poco, ma quel mostro peloso è una tarantola, e piú di cosí non mi avvicinavo mica!)

      (Questo invece lo capite tutti)

      Tutto molto bello, ma la scintilla col Costarica non scatta, dovrei forse andare sul lato caraibico che molti mi dicono essere meglio, ma non lo saprò mai, perchè una vocina nella testa continua a sussurrarmi: “nicaraaaaaaaguaaaaaaa”… E allora via… zaino, bus direzione confine, ultima notte in quella fetecchia di città che è Liberia, in uno degli ostelli piú brutti che io ricordi, dove finalmente ho una discussione con un “tico” di nome Jesus: “ehi, devi fumare a 5 metri dall’edificio”.. “5 metri a destra?”… “5 metri in tutte le direzioni”… “mmmm… ‘Spè che mi arrampico sul palo”… Non ha riso!

      Alla prossima che mi vedrà in Nicaragua, e fino ad allora ricordate, se vi capiterà di andare in Costarica e qualcuno vi griderà ” puravidastocazzo”, non prendetevela, è solo il seme che ho lasciato che sta germogliando!

      Panama: Noriega, patacones e “c’èsoloilcanale”

      ​Non sapevo proprio cosa aspettarmi da Panama… E del resto “c’èsoloilcanale” è quasi un mantra quando si parla di questa piccola “S” che separa l’Atlantico dal pacifico, il Sud America dal Nord America… E invece NEIN!! C’è un sacco da vedere se uno ha la curiosità di farlo e la voglia di sbattersi, perchè sarà pure piccolina, ma girarla in lungo e in largo è un bello sbattimento. La panamericana taglia Panama per il lungo e prosegue fino in Messico e sarà la mia principale via di movimento in questa corsa per il Centro America. Non una strada particolarmente affascinante, almeno questa parte panamense. Tratti isolati e poi all’improvviso un paesino, una cittadina tagliata in 2 da questa strada a 4 corsie e ogni tanto una deviazione per raggiungere le varie zone del paese. E c’è veramente di tutto in questa piccola nazione: giungle, vulcani, isole caraibiche, lunghe spiagge del pacifico, montagne e campagne. Non mi dilungherò nel “ho visto” “ho fatto” “sono andato”, questo non è quel tipo di blog e c’è chi già lo fa e pure molto meglio di come lo potrei fare io (e poi, chepppalle!),mi limiterò a una singola foto per ogni posto che mi ha lasciato qualcosa. Questo è piú un diario personale e cercherò di metterci dentro le cose che succedono quando si viaggia cosí, da solo e senza un programma. Questo primo post è anche diverso da quelli che verranno, infatti è la mia parte di viaggio condivisa, 3 settimane a zonzo con mia mamma.  Dopo la visita australiana nel mio giro del mondo, mi pareva un buon modo di iniziare questa zingarata. Certo, viaggiando con la genitrice il viaggio non può essere totalmente zingaro, la responsabilità di farle passare delle belle vacanze si fa sentire e quindi evito di abbracciare gli imprevisti come normalmente farei. Comunque non crediate gliel’abbia fatta passare facile, bus notturni da 12 ore, 4×4 in mezzo alla giungla, barchette con mare grosso, pulmini sgangherati con vista sul cesso… Ma il tutto aveva poi il suo premio finale: 

      Viaggiando in 2 e appoggiandosi l’uno sull’altra, si perdono un po’ quelle interazioni e quelle situazioni che rendono speciale il viaggio in solitaria, ma certo non mancano comunque le situazioni che rimarranno impresse: il delirio della stazione dei bus di Panama city i giorni prima di natale, la litigata furiosa con l’olandese a isla cristobal, la lotta con le sand flies delle zapatillas che si è protratta per 4 giorni, il primo bagno nell’atlantico e quello nel pacifico, il tassista cugino di zanetti che mi ha fatto una capa tanta, le colazioni spettacolari di Bianca e quelle pessime di Dora, il primo francese veramente simpatico che ho incontrato (ma vabbè, coi nonni italiani) e la sua passione per il rodeo, il Kuna Ricardo e il suo tic vocale (Martinellimartinellimartinelli), i patacones in ogni piatto (banana fritta), la prigione vicino alla giungla dove Noriega sconta la sua pena (ma uscirà a 127 anni, fortunello!). Per concludere, visto che si viaggiava in 2, una delle numerose perle di mia mamma (cosí mi insulterà a lungo): arcipelago di san blas, territorio indipendente degli indigeni Kuna, isola perro chico, stiamo chiacchierando del piú e del meno con il cocinero che lavora li e mi sta raccontando come ci sia arrivato. Finito di chiacchierare se ne va e mia mamma è quasi commossa: “che carino, è tornato qui perchè ce l’aveva nel cuore”, e io “… In che senso ma’?” ” ma si! Si è toccato il cuore per dire che queste isole ce le ha dentro!” “…ma, si è toccato il simbolo di mcDonald sulla maglietta per dire che prima lavorava li” “…ah”. Ci si sente alla prossima che sarà dal Costa Rica, e ricordate, “c’èsoloilcanale” è piú un modo di dire!  

      Corollario finale

      Al panameño non piace:

      1. Mettere la freccia, mai, per nessun motivo o ragione alcuna
      2. Sorpassare sulla sinistra

      Al panameño piace:

      1. Sorpassare sulla destra
      2. Parlare sottovoce con lo straniero e urlare come in mezzo a una tormenta con un conterraneo
      3. Mettere inquietanti pupazzi al bordo delle strade

      A skizzo piace:

      1. La cheviche de corvina
      2. Las panameñas tienen los popones 

      A perdifiato per il Centro America

      ​Un post velocissimo per dire che riapro il blog (ecchissenefrega direte voi… E lo ripeterete ancora 3[*] volte prima della fine di queste poche righe). Sperando di portarlo a termine e non lasciarlo sospeso come l’ultimo che mi vedeva ancora perso attorno all’Annapurna in Nepal (a proposito, poi sono tornato a casa neh![*1]). Un nuovo viaggio: 3 mesi a zonzo (dovrei dire a perdifiato) per il Centro America, da Panama e poi su fino in Messico. L’idea è un post per ogni Paese, ma vediamo come andrà[*2]… I cavalli sono freschi, il conducente riposato, è tempo di rimettersi in viaggio che altri popoli attendono[*e 3].

      Lamento di un paio di scarpe

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      Ho visto cose che voi scarpette non potreste immaginare. Deserti bianchi di sale e animali sconosciuti strisciare nel folto della giungla, sentieri incas inerpicarsi fino alla città sacra e idoli di pietra sdraiati su spiagge finissime. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di pattume.

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      L’angolino di Guido: intorno all’Annapura

      Gli angolini si erano persi in tutto questo viaggiare, ma ritornano prepotenti con il mio preferito, x la serie: il lavoro più bello del mondo, ecco un quartetto niente male direttamente dalle pendici Himalayane.

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      I gemelli sega: si allontano dal villaggio x tagliare grossi tronchi in mezzo al gelo x poi ritrasportarli a mano verso il villaggio… Almeno non disturbano la popolazione

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      Bantha & sons & cousins & nepiews: metti che vuoi fare un trasloco e vuoi un bel frigo nuovo in cima alla montagna… Sai chi chiamare (non me!)

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      I Frasca’s: xchè le frasche che si trovano vicino casa, mica sono buone come quelle a km di distanza!

      20130324-112937.jpgSacrifice planner: xchè non puoi mai sapere quando ti puó servire un bel sacrificio.